Pronto soccorso e ospedalocentrismo
La recente ricerca fatta dal prestigioso Istituto Superiore di S.Anna di Pisa sullo stato attuale della sanità ospedaliera toscana, e di cui il Tirreno ha presentato giorni fa dei sintetici quadri, fa riflettere molto. Ma fa riflettere ancora di più se confrontata con un’altra ricerca di qualche anno fa, cui non fu dato peso, fatta dallo stesso Istituto S.Anna sulla realtà del lavoro dei medici di base.
La ricerca sulla validità dei servizi ospedalieri forniti dai nostri ospedali fa concludere che il livello degli stessi è buono e talvolta eccellente, ma che la situazione dei Servizi di Pronto soccorso è diffusamente in affanno e rappresenta una preoccupante criticità di tutto il sistema nel suo complesso.
In effetti questa situazione si conosce benissimo da anni e il cittadino la sperimenta ogni giorno sulla sua pelle con le lunghe file di attesa, con i disservizi e, ahimè, talvolta con i drammi o gli errori che riempiono le cronache dei giornali.
Il cittadino sperimenta anche, certamente, la validità delle cure dei vari reparti e la bontà del progresso della diagnostica e della terapia nella medicina odierna.
Ciò che purtroppo sfugge, e sfugge da tanto tempo e non solo all’Istituto S.Anna, a mio avviso, è la necessità di analizzare più a fondo il perché dei disservizi al pronto soccorso, il perché delle lunghe attese per veder fornita la prestazione, sia pure eccellente, degli ospedali e la frequente correlazione, a mio avviso, di tali “perché” con lo stato di salute, non certo florido, della sanità “territoriale”, in special modo sulla efficacia ed efficienza della risposta clinica rappresentata dal lavoro, pur massiccio e diffuso, e magari anche gradito, dei medici di base sul Territorio.
Ricordo che la ricerca del S.Anna di alcuni anni fa certificò una cosa detta e ridetta in altre sedi, ma sempre trascurata da tutti, e cioè che i medici di base sono assorbiti di circa il 60% del loro tempo di lavoro da adempimenti burocratico amministrativi di scarsa rilevanza clinica.
Sembra ovvio che quel 60% di impiego di tempo e di risorse di una figura di operatore sanitario laureato in medicina e chirurgia, moltiplicato per i centinaia di medici di base sparsi sul territorio per esempio livornese, rappresentano la cifra del tempo di lavoro clinico mancante sul territorio e che si riversa gioco forza, come aggiuntivo e necessario, sul versante ospedaliero e soprattutto sul principale centro di smistamento delle urgenze ed emergenze cioè sui pronto soccorsi.
Ci vorrebbe poco a dedurre che il problema nodale è quello di trovare il modo di liberare quei medici che lavorano sul territorio dai compiti impropri cui sono da anni sempre più caricati, di fornirli di strumenti e di personale idonei per svolgere invece quel lavoro clinico per cui si sono preparati all’università e negli ospedali e che la popolazione si aspetterebbe da loro.
La situazione si è ormai talmente consolidata, anche nella cultura diffusa, che ormai i cittadini si rivolgono direttamente al pronto soccorso per i problemi di salute più vari, anche di minore entità come i cosiddetti codici bianchi.
E questa “cultura” sanitaria ormai consolidata, acriticamente e con il tacito assenso di tutti, concorre a sviluppare e ad alimentare una concezione fortemente quanto scorrettamente ospedalocentrica della sanità dei nostri territori.
Una concezione in base alla quale si organizza di fatto, e si investe tanto denaro pubblico e privato, su di un sistema salute tutto concentrato sulle cure ospedaliere e, qualora accada, su di un Territorio tutto funzionale all’ospedale e che di fatto gira tutto intorno alle prestazioni specialistiche ospedaliere.
E’ questa una impostazione, è questo un sistema, che non potrà mai dare risposte sufficienti e soddisfacenti ai bisogni di salute e di umanità della gente, e che,anzi, non potrà che limitare le grandi possibilità offerte dalla medicina moderna e addirittura vanificare al livello dell’applicazione e dell’organizzazione i sempre più avanzati traguardi della scienza e della tecnica in campo sanitario.
Il sistema per poter funzionare al meglio, e per poter continuare ad essere “universale” e gratuito ( o semi-tale), ha urgente bisogno di una diffusa efficienza ed eccellenza del territorio, della rete capillare dei medici e degli infermieri della persona e della famiglia, dei medici e degli operatori della base di ogni percorso e intervento sanitario.
Purtroppo, se non si corregge la rotta, l’ospedalocentrismo sarà sempre più praticato e diffuso, e qualunque patologia richiederà le cure ospedaliere, direttamente o tramite il “foglio” dell’attuale medico di base ormai degradato e demotivato dal suo impegno clinico.
Basti vedere le proposte che di tanto in tanto qualcuno lancia per risolvere i problemi venutisi a creare con tale impostazione mentale, e che invece praticamente la ricalcano nella proposta stessa.
E’ il caso, ad esempio, della proposta, letta qualche giorno fa su “Il Tirreno”, di creare una catena di pronto soccorsi decentrati, uno nella zona nord, uno nella zona centro e uno nella zona sud della città, per sgravare il pronto soccorso principale e venire incontro ai bisogni delle urgenze.
Mi meraviglia che l’assessore Rossi veda con favore e sia disposto a trovare i fondi per queste proposte che “ospedalizzino” sempre di più anche il territorio, invece di trovare fondi per attrezzare meglio e dotare di più moderna funzionalità clinica la già esistente e diffusa rete di studi medici convenzionati col Sistema sanitario nazionale.
E’vero che la convenzione nazionale coi medici di medicina generale riguarda il Governo nazionale, e andrebbe profondamente riveduta e corretta, ma intanto la Regione Toscana cominci a fare qualcosa di più, magari un po’ più di politiche sulle cure primarie, e a far sì che le cure primarie figurino realmente, e dettagliatamente, nelle Relazioni sanitarie annuali delle ASL e nei Piani attuativi locali.
Sarebbe un primo timido passo, per meglio sistemare e meglio verificare nel tempo lo stato di questo comparto, cosa da me per esempio da molti anni richiesta in seno al Consiglio dei Sanitari, e mai ottenuta , neppure quest’anno.
Non si riesce a capire che la soluzione dei problemi sanitari di oggi e di domani non sta nella ospedalizzazione di tutto, ma caso mai nella vera deospedalizzazione della mentalità corrente (ma non quella che porta alla riduzione esagerata fino alla quasi abolizione dei posti-letto nei reparti) ; non sta nella esasperata parcellizzazione o frammentazione specialistica della medicina, ma nella solida formazione generalista e olistica di un medico e di un infermiere adeguatamente preparato, aggiornato e attrezzato per la società e per la medicina di oggi.
L’ospedalocentismo è un errore, ed è anche antieconomico, anche se si maschera da impegno sul Territorio come i vari tipi di “ospedalizzazione a domicilio” o come le sempre più numerose prestazioni specialistiche o “per patologia dedicata” verso gli esterni dell’ospedale.
L’ospedale va restituito ai degenti e agli operatori ospedalieri. Il territorio (extra-ospedale), con pari dignità in tutti i sensi, va restituito alla popolazione dell’ordinarietà della salute e agli operatori sanitari del territorio.
Riequilibriamo dunque, in modo più corretto, a partire dalle Autonomie locali, il fondamentale rapporto tra Ospedale e Territorio nella Sanità, tra cure ospedaliere e cure primarie, tra cura specialistica degli organi ed apparati e cura della persona nella sua unità, prima che il Servizio Sanitario, universale e gratuito, deperisca ulteriormente e perda alla fine la sua ragione profonda e la sua funzione indispensabile nei confronti della comunità civile e di tutti i cittadini.
(Luano Fattorini, 28 Settembre 2009)



(0)




Scrivi un commento