(13 novembre 2009)   Sanità

Pro memoria sanità di città diversa

APPUNTI PER UNA LINEA COMUNE IN CITTA’ DIVERSA SU SANITA’ E OSPEDALE
(Luano Fattorini- 7.11.2009)

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APPUNTI PER UNA LINEA COMUNE IN CITTA’ DIVERSA SU SANITA’ E OSPEDALE
(Luano Fattorini- 7.11.2009)

1 – prendere coscienza della serie di scelte errate compiute sulla sanità e sull’ospedale da parte della classe politica locale negli ultimi 30 anni.
Decidere, ultimi in Toscana, di fare un ospedale nuovo all’altezza dei tempi a distanza di ormai 80 anni dal vecchio ospedale non deve far dimenticare che la ristrutturazione del vecchio ospedale, negli ultimi 4-5 anni, era stata una scelta non di semplice e periodico adeguamento della struttura ospedaliera, bensì una scelta in alternativa a quella di costruzione di un nuovo ospedale.

2- la decisione del nuovo ospedale ha preceduto, e di molti mesi, la discussione in consiglio comunale che quindi è stato di fatto espropriato della sua funzione istituzionale. Né sono state coinvolte le categorie professionali ed i cittadini prima della decisione e della progettazione.

3- la sede prevista per il nuovo ospedale suscita molte obiezioni e perplessità. Il sito scelto è forse tra i migliori rispetto ai siti individuati dall’amministrazione comunale (cercati unicamente tra quelli “di proprietà” del Comune), ciononostante non sembra affatto adatto alla localizzazione prescelta. I motivi sono tanti : la non sicurissima natura geomorfologia, idrogeologica e sismica del terreno prescelto, l’impatto ambientale e paesaggistico della struttura da costruire, la difficile viabilità realizzabile intorno al nuovo presidio ospedaliero e le difficoltà delle vie di accesso e di rapida comunicazione da e verso tutto l’entroterra cittadino ed i territori circostanti. Inoltre il sito non è sufficientemente ampio ne’ soggetto ad espansione nel tempo al fine di assicurare negli anni a venire gli eventuali adeguamenti strutturali che si renderanno necessari per successivi ammodernamenti di un ospedale e di una sanità che intendono non cessare di continuamente adeguarsi ai progressi della medicina e delle cure, così come si è cercato di fare per il vecchio ospedale dal 1931 in poi, edificando nuove strutture e servizi, fino a tentare l’improponibile con quella ristrutturazione dell’intero presidio rivelatasi, come era prevedibile, non sufficiente a rimediare alla sua vetustà.

4- la delocalizzazione dell’ospedale di Livorno interroga ovviamente sul futuro utilizzo di tutta l’area attualmente occupata dal vecchio ospedale. L’eventuale riconversione di alcune sue strutture ma soprattutto la destinazione d’uso di tutta quell’area così strategica per tutta la città e per il centro cittadino non possono passare sopra la testa dei suoi abitanti e tradire le tante promesse di partecipazione troppo spesso solo declamate. La governance della società livornese non può non essere ricercata in un tale caso di modifica, in ogni caso rilevante, dell’aspetto urbanistico della città .

5- il progetto del nuovo ospedale ridisegna tutto il “territorio” della sanità a partire dalle esigenze di finanziamento del nuovo ospedale, confermando così e anzi rafforzando il solito ospedalocentrismo imperante da anni. Non importa consultare chi lavora sul territorio, non importa venire incontro alle esigenze della popolazione e a risolvere le annose criticità delle lunghe file di attesa e del sempre più diffuso ricorso al pronto soccorso. Non importa porsi il problema di una mai esistita attenzione alle politiche per le “cure primarie” e per la correzione di un “territorio” quasi solo burocratico-amministrativo. Basta trovare il denaro per costruire il nuovo ospedale.

6 – Il territorio necessità di maggiore attenzione e cura da parte dell’Amministrazione comunale. Occorre rilanciare il “territorio” come l’altra gamba della sanità, essendo l’ospedale l’unica gamba con la quale attualmente cammina la sanità livornese. Occorre correggere l’attuale rapporto di forza e di destinazione di risorse tra ospedale e territorio. Sulle risorse destinate al territorio gravano attualmente anche le prestazioni che gli ospedalieri forniscono al territorio ( per es. esami di laboratorio, radiologia, ecografie, visite specialistiche, centri specialistici dedicati per patologia, ecc..). Gli ospedalieri devono dedicarsi all’ospedale, soprattutto alla degenza, e comunque i servizi da loro forniti devono rientrare nelle prestazioni proprie dell’ospedale, come fossero ricoveri o interventi chirurgici, non gravare sulle esigue risorse assegnate al territorio.
Occorre rivolgere politiche e destinare investimenti alla “clinica” che si svolge sul territorio, occorre curare non tanto le strutture distrettuali quanto il lavoro “clinico” dei medici di base, favorirne il supporto infermieristico e amministrativo, incrementare la strumentazione e il decoro degli ambulatori, l’associazionismo medico, l’informatizzazione e la messa in rete degli studi medici. realizzare nel modo corretto l’ospedale di comunità, le Unità territoriali di Cure Primarie, rafforzare l’Assistenza domiciliare integrata, migliorare la cura ed il monitoraggio della cronicità e della invalidità, sempre più diffuse, la educazione sanitaria della popolazione, migliorare la cura dell’igiene e della prevenzione fin dall’infanzia nei vari campi (scuola, sport, alimentazione, lavoro, tempo libero, ecc..).
Curare il lavoro dei medici di base significa anche aiutarli a creare banche-dati sanitarie conformi alla realtà dei nostri territori, e individuare dei veri indicatori quali-quantitativi della sanità territoriale, per monitorarla e migliorarla, e migliorare la statistica medica, che tanti dati potrebbe fornire alla ricerca epidemiologica e scientifica a partire dal territorio, oltreché contribuire ad una più adeguata gestione del servizio sanitario. Ma occorrono politiche apposite, anche da parte del Comune, non solo dal Governo e dalla Regione. E occorrono finanziamenti, non solo per l’ospedale ma anche per il territorio, almeno in modo paritario.
Come sarebbe impensabile far finanziare un nuovo ospedale ai lavoratori dipendenti dell’ospedale e dell’ASL, così è impensabile pretendere di far finanziare un “nuovo” territorio, con tutta la sua complessa macchina organizzativa tutta da rinnovare e rilanciare, dai medici di base (che già forniscono una rete di studi quasi gratuiti per le casse dello Stato) e dai lavoratori del territorio.

7- un ospedale a Livorno, se rispecchiasse l’attuale andamento della sanità, dovrebbe prevedere un enorme pronto soccorso ed un enorme poliambulatorio, con conseguenti strutture di accoglienza e di conforts. Dovrebbe prevedere inoltre una contenuta zona di degenza per ricoveri brevi o per day-hospital e adattata ad una popolazione anziana e con necessità di assistenza continua da parte di familiari o di badanti e di infermieri.
Un ospedale invece che rispecchiasse una sanità finalmente corretta e rilanciata dovrebbe prevedere sì la degenza per intensità di cure, ma con una maggiore interdisciplinarietà di intervento sul paziente, una traumatologia autonoma (distinta dalla ortopedia e forse anche dalla neurochirurgia), una fisioterapia e riabilitazione maggiormente presente e organizzata. Per una città come Livorno ci vorrebbe anche un reparto di grandi ustionati e una camera iperbarica. La chirurgia generale e la medicina generale dovrebbero dar vita a sezioni o unità operative che curino le varie discipline specialistiche tra loro integrate (endocrinologia, gastroenterologia, ematologia, angiologia, reumatologia, chirurgia vascolare, chirurgia endoscopica, chirurgia toracica, chirurgia pediatrica, chirurgia della mano, ecc..) senza le quali molti ricoveri non possono che continuare a rivolgersi altrove dato la complessità della medicina moderna e le sempre più avanzate metodiche di diagnosi e cura, sia in campo medico che chirurgico.
Infine un ospedale moderno in una sanità corretta dovrebbe prevedere percorsi e linee dirette dedicate di rapida intercomunicazione con il territorio e con i medici e i pediatri di base.
A questo proposito, l’architettura del nuovo ospedale dovrebbe essere tale che sia concretamente facilitata e velocizzata l’intercomunicazione e l’integrazione, sia per gli operatori che per gli ammalati ed i loro familiari. Anche la struttura infatti deve facilitare (per es. verticalità, tanti ascensori, percorsi preferenziali, aree di informazione, ecc..) gli spostamenti e gli accessi, deve possibilmente compattare e rendere facilmente fruibili i vari e numerosi servizi, dal sanitario, all’alberghiero, all’amministrativo, al religioso-cultuale per tutti gli utenti, in qualunque situazione o reparto si trovino.
8- La Società della Salute, di imminente avvio anche a Livorno, nonostante non si sia mai fatta la sperimentazione come da altre parti in Toscana, dovrà tener conto della situazione di sbilanciamento sull’ospedale, dell’ attuale ospedalocentrismo della sanità.
L’Istituzione per i servizi alla persona e l’ASL hanno gestito fin qui i problemi dell’assistenza sociale e del sanitario ognuno per conto proprio, senza riuscire a trovare, o trovando raramente, punti di incontro e di integrazione concreti e significativi.
Si tratterà quindi di inventare ex novo le modalità di integrazione tra il sanitario ed il sociale, che è la condizione principale per l’istituzione della Società della Salute, e per raggiungere gli obiettivi di salute. Ma occorre prendere coscienza dei problemi sul tappeto, come sopra evidenziati.
Il Territorio, se considerato soprattutto il lavoro ed il ruolo dei medici di base con la moltitudine dei cittadini da loro assistita quotidianamente, potrebbe dare un bel contributo all’incontro e all’integrazione tra il sanitario ed il sociale. Se invece il Territorio sono solo le strutture burocratico-amministrative con i loro dirigenti, oppure l’ospedalocentrismo mascherato da “territorio”, non si andrà molto lontano, come non si è andati fin qui tanto lontano con l’ASL e l’Istituzione per i servizi alla persona nel territorio livornese.

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