(20 agosto 2009)   Sociale

Livorno, questa sconosciuta.

Livorno, questa sconosciuta. bigimage

Non intendo contraddire il Prof.Dal Canto che fornisce un quadro di riferimento ineccepibile sulla evoluzione dell’antropologia politica livornese nell’ambito del dibattito sulla identità labronica promosso dal Tirreno.Questo parametro delle Livornine lo trovo pero’ francamente un po’ripetitivo.E’ vero che ha determinato,nel tempo, uno straordinario sub strato multietnico e la diffusione di valori non negoziabili come la tolleranza,ma è altrettanto vero che la problematica di oggi è molto diversa.Allora si tratto’di convogliare genti,persone e Nazioni secondo una convenzione economica e sociale che si strutturava in divenire modellando un territorio ancora interamente da formare (e sotto la guida vigilante di un buon padre di famiglia),oggi si tratta di condividere norme di diritto comune in un territorio già prevalentemente formato e,secondo le ultime del Sindaco ,giunto finalmente ai limiti della sua espansione residenziale e commerciale.Cosi’ che potrebbe essere governato con il pilota automatico.Sarebbe come paragonare la nuova frontiera dell’ex porto pisano (cio’ che avvenne tra il 500 e il 600 con il progressivo popolamento del territorio )con i rischi di una pentola a pressione (l’attuale situazione livornese)in costante ebollizione.Allora l’integrazione si accompagnava ad una sorta di progressiva e illimitata mobilità sociale e territoriale,qui tutto si deve compiere all’interno di uno schema pre definito,dove il differenziale fra povertà e ricchezza,integrazione e marginalità, è quotidianamente messo in discussione dalla capacità di lavoro,dal possesso di liquidità e dallo status di consumatore.Non ci possono essere pause in questa situazione. In altri termini,oggi case,lavoro pagato e sottopagato,supermercati,alloggi pubblici e privati ,piazze ,riti e divertimenti,perfino gli affetti, sono materia quotidianamente contendibile fra chi è nuovo e chi è storicamente radicato.Ovvio che in questo contesto la tolleranza e gli atteggiamenti “di apertura”(dei locali) possano trovare un limite nella difesa di proprieta’ e consuetudini consolidate.Tanto piu’ se la rendita è la principale fonte di ricchezza sociale.Ovvio che,dall’altra parte,la ricerca necessaria di un’autonomia economica e di una posizione sociale possa talvolta aggravare una condizione di marginalità o lo stesso rispetto delle regole. E non è affatto detto che chi è nuovo,a causa del suo naturale dinamismo imprenditoriale,si veda l’esempio delle comunità slave e albanesi nell’edilizia ,non si integri piu’ efficacemente di chi si limita ,essendo locale,a capitalizzare la propria rendita o a curare stancamente il proprio albero genealogico. Tutto questo si verifica all’interno di un sistema locale che ha praticamente esaurito la propria possibilità di produzione della ricchezza,oltrechè la disponibilità di aree,a causa della febbre immobiliare che ci portiamo dietro dagli anni 80.Inevitabile che la pentola a pressione ogni tanto generi conflitti e sofferenze.Inevitabile che per alleggerire la pressione si debbano sperimentare nuove e migliori forme di integrazione della città in Europa e nel Mediterraneo.Siamo dentro un processo che la politica puo’ moderare,probabilmente monitorare (certo non con il pilota automatico),ma non limitare..E dal quale non si esce con i complessi di superiorità o con il vittimismo,tanto meno con qualche eccellenza universitaria, ma migliorando la qualità media della convivenza civile.Quella che il Sole 24 ore non misurerà mai.

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